Robert Mapplethorpe


Un fiore, un corpo nudo, il ritratto del personaggio famoso, un fiore, un corpo, il ragazzo con il giubbotto di pelle, il fiore sbocciato e il corpo di un super dotato, l’organo sessuale nel massimo dell’espressione, un boa intorno al collo, un vibratore che fa il suo mestiere, il primo piano di un sedere, pantaloni in pelle aderenti che mostrano la protuberanza, la grazia di un ballerino quando danza, il torace e la schiena, la scultura greca, un corpo, un fiore, la ricerca della luce per arrivare alla perfezione, il fine ultimo era la bellezza ideale, la perfezione formale, per lui non c’era differenza tra un fiore e un vibratore, tra la grazia e il sadomaso, non c’era differenza perché il soggetto veniva dopo il concetto, per lui, il soggetto, voleva dire bellezza, voleva dire riassumere in uno scatto quello che la scultura classica aveva ottenuto con il marmo, un’idea che travalica i limiti imposti dal “che cosa rappresenta?”, pur non essendo lui uno scultore ma un fotografo della New York anni Settanta, nel bene e nel male, anche se non esiste bene o male quando la ricerca è una ricerca formale fatta di luci artificiali o naturali, di scatti pensati, di pose accurate senza mai sembrare costruite, la naturalezza del gesto è la più grande conquista a cui una persona possa aspirare, nello sport e nel camminare, nel fotografare, nel rinunciare al vezzo estetico solo per stupire, per ostentare qualcosa che non ci appartiene, una fotografia in bianco e nero stampata al platino per garantire la massima gamma di tonalità tra bianchi e neri, la perfezione richiede tempo, passione e soprattutto indignazione per un mondo volgare, per chi non sa guardare, la perfezione porta con sé un sentimento di repulsione nei confronti dell’approssimazione, che non significa fare le cose a metà ma vederle da una sola prospettiva, quella del soggetto e non mai quella del come il soggetto sia stato raffigurato, il primo piano di un fallo e subito dopo quello di una calla, l’erezione e il germoglio, la natura non conosce differenze, la bellezza nemmeno, l’arte, quando è grande, si pone allo stesso livello, fotografare un fiore dentro a un vaso o una pratica sadomaso è solo una questione di scelta, soffermarsi sul soggetto è una scusa per non dire non ci capisco niente, l’arte non è l’effetto speciale, l’arte è guardare la normalità del mondo con occhi speciali, gli occhi di un ragazzo vestito di pelle, un ragazzo “che adorava essere guidato, essere preso per mano e varcare la soglia di un altro mondo a cuore aperto” questo nelle parole della poetessa, la prima donna che l’ha amato e l’ultima ad averlo salutato quando sul letto di morte, all’età di 46 anni, se ne stava andando, il 9 marzo del 1989.