Jannis


Jannis barca a vela senza ritorno, Jannis pittore che scrivi con l’inchiostro sul pavimento, macchia nera circondata da sedie che formano un cerchio, in alto, lanterne rischiarano il ritorno, in alto, sull’albero maestro, hai il cappotto aperto e la prua rivolta a occidente.

La malinconia è una fuga dolce, nascondiglio segreto del passato da cui filtra luce calda, malinconia è l’insegna dei tabacchi che hai dipinto per non essere pop come gli altri, per ritrovarti nel linguaggio di Caravaggio, per smarrirti dentro il bue di Rembrandt.

Jannis senza il filo d’Arianna, dentro il labirinto hai esposto un quintale di carbone come l’attore espone il testo e, in quel momento, lo spazio è diventato palco, teatro in cui va in scena il dramma, un quintale di carbone come la carcassa del bue appeso al gancio, come il cappello sull’attaccapanni, il musicista e il violoncello, un quintale di carbone come undici cavalli esposti all’attico di Sargentini, garage del centro, vicolo cieco da cui la nave non poteva fare ritorno. Tu, Jannis, continuerai a dipingere con la putrella e il tuo cappotto, perché sei pittore dentro, senza tela e senza più vela che ti riporti a casa, sei in balia del vento e degli eventi, li racconti, sei romanziere che non scrive testi, Victor Hugo che inscena il dramma consapevole che non si dà innovazione senza tradizione, che un quintale di carbone è più pesante del giudizio universale.

Tu, Jannis, il tavolo dei Mangiatori di patate l’hai prima ribaltato e poi inchiodato alla parete, hai steso un panno nero, cogliendo il senso del dipinto l’hai trasformato nel tuo linguaggio, quello di pittore che non usa il pennello, perché tu, Jannis, sei pittore sempre, tra Van Gogh e Caravaggio, tra Pollock e una putrella.

Carlo Vanoni