La cacciata di Eliodoro di Raffaello


La Cacciata di Eliodoro è un affresco eseguito da Raffaello Sanzio nelle Stanze Vaticane. A commissionarlo fu Giulio II, il papa che la storia ci ha consegnato come “papa guerriero”. Lo era davvero, un guerriero. Cavalcava a capo dell’esercito papale per andare a riprendersi quelle città che secondo lui gli appartenevano, dichiarava che i nemici morti li voleva veder mangiati dai cani e piuttosto di lasciare il campo di battaglia preferiva farsi sparare una pallottola in fronte (almeno stando alle fonti).

Ma le guerre costano, le guerre non piacciono mai all’opinione pubblica e quindi Giulio II deve giustificare le spese elevate per pagare gli eserciti alleati, anche perché il re di Francia non vuole più versare la decima alla Chiesa e questo non va bene, questo significa meno entrate per la Chiesa.

Giulio II ha bisogno di un professionista per riqualificare la sua immagine. E Raffaello è il migliore sulla piazza. Per la verità ci sarebbe anche Michelangelo che però, in quel 1512, è impegnato con la volta della Cappella Sistina. Giulio II convoca Raffaello e gli affida un soggetto ben preciso, un episodio tratto dal libro dei Maccabei: La cacciata di Eliodoro.  La storia è questa: Eliodoro, ministro del re di Siria Seleuco IV, tentò di profanare il tempio di Gerusalemme impadronendosi di tesori, vedove e fanciulli. Il sacerdote Onia, ritirandosi in preghiera, invocò l’aiuto divino per cacciare Eliodoro. Improvvisamente apparve un messo a cavallo che scacciò il profanatore dal tempio.

Raffaello quella storia la rappresenta così: sul lato destro dell’affresco dipinge il momento in cui Eliodoro giace a terra travolto dal cavallo con un vaso rovesciato da cui fuoriescono monete d’oro. Uno splendido angelo sembra planare, senza però toccare terra, sul pavimento di marmo. Sul lato sinistro Giulio II assiste impassibile alla scena seduto sulla lettiga circondato da altre figure che assistono alla scena. Al centro, il sacerdote Onia, prega invocando l’aiuto divino.  Il messaggio è chiaro: chiunque tenti di impadronirsi dei beni che spettano alla Chiesa verrà cacciato dall’esercito del pontefice guidato dalla fede divina. Le continue guerre di Giulio II vengono così giustificate dalla potenza e dalla bellezza degli affreschi di Raffaello messi al servizio del potere spirituale.

Nel 1500 l’arte era il mezzo più potente che il potere aveva per comunicare, un po’ come oggi accade con la televisione. Non a caso, quando cambia il governo, cambiano anche i direttori di rete. Raffaelo morì nel 1520. Giulio II nel 1513. Gli successe Leone X che si prese subito Michelangelo come “direttore di rete” per le Tombe Medicee: un programma preciso per rivalutare la famiglia Medici da cui il papa proveniva. Ma questa è un’altra storia. E ve la racconto un’altra volta.