Hirst alla Tate di Londra


Londra, Tate Modern, ore 12,30 in un sabato di maggio.

Cerco spazio tra la folla che circonda la grande teca trasparente: lo squalo è lì dentro che galleggia nella formaldeide azzurro-verde. Immenso, statuario, di un’eleganza che mi riporta a qualcosa di antico, forse lo Zeus di capo Artemisio. Mentre mi avvicino provo qualcosa di molto simile alla paura, non dello squalo morto ma di un’aspettativa fin troppo viva.

Ci giro intorno finché non me lo trovo di fronte. È solo a questo punto che mi accorgo di una cosa: lo squalo ha due grandi rughe sopra gli occhi. Lo squalo è mogio e non spaventa.

Lo squalo, è duro ammetterlo, ha una faccia triste.

Il teschio di diamanti di Damien Hirst

Il teschio di diamanti di Damien Hirst

Sto lì con la bocca spalancata anch’io. Perché non l’hanno scritto da nessuna parte? Hanno detto che Hirst non è un artista, che guadagna un sacco di soldi e vive in un castello, che l’arte risiede da un’altra parte, che il teschio con i diamanti è una pacchianata punto e basta.

Lo squalo non è più quello forte e cattivo che Hirst aveva scelto nel 1991, lo sappiamo. Ma erano altri tempi, quelli. Lo squalo che ho davanti a me è un altro, e forse perché sono altri tempi, questi.

Lo affermo: l’animale da solo vale la mostra.

E’ stato detto che è scandaloso averlo pagato 12 milioni di dollari. Son d’accordo. È una cifra troppo bassa per un’opera del genere. Dovrebbe costarne almeno 120, come “L’urlo” di Munch appena venduto. E’ stato detto che è tutto un bluff, che la bolla Hirst prima o poi scoppierà.

Sarebbe stupendo! Aggiungo anzi che sarebbe quello il suo capolavoro, il compimento di una  carriera: dimostrare che un artista è grande anche quando non costa più niente. Che l’arte vale più dei soldi. Che il crollo del mercato altro non è che la rivincita dell’arte.

Hirst lo sa perfettamente e cerca di imporsi con le strategie di questi tempi, cioè il marketing e le quotazioni d’asta. Con estrema lucidità affronta il suo progetto: raccontare la morte. Non quella delle farfalle e degli squali, delle mosche e degli esseri umani. Ciò che muore in Hirst è l’utopia dell’arte come pharmakon per migliorare il mondo. Per questo è Beuys e non Warhol il suo vero maestro. La scultura sociale, che nello sciamano tedesco era intesa come forza educativa e creatrice per una società migliore, si è qui trasformata in scultura commerciale: lo squalo infatti apparteneva a Charles Saatchi -uno dei pubblicitari più famosi al mondo- e a pagarlo quella cifra è stato un manager di hedge found, uno che nella classifica di Forbes occupa il 35° posto tra gli uomini più ricchi d’America. Capite? Non il cardinale Del Monte ma un finanziere yankee. Non la Cappella Contarelli ma una tenuta a Greenwich nel Connectitut.

Non è tutto questo molto coerente, perfettamente in linea con l’oggi? Domani non costerà niente? Meglio, vorrà dire che il criterio per giudicare l’arte sarà qualcos’altro e non più il danaro contante.

Quindi facciamocene una ragione: Hirst è un genio.

Perché solo un genio può fare di uno squalo triste l’icona del nostro tempo.

(Questo articolo fa riferimento alla mostra di Damien Hirst ospitata alla Tate Modern di Londra nel 2012. Il testo fa parte del libro Andy Warhol era calvo”).