Jean Michel Basquiat


Su di lui hanno detto di tutto, a cominciare dal definirlo come il Picasso nero. Hanno scritto che era il James Dean dell’arte che come definizione è peggio dell’altra, ma morire giovani e dannati si sa, è un topos che funziona troppo bene; infine lo hanno paragonato a Hendrix, Jimi Hendrix, forse perché anche lui era morto a ventisette anni.

Definirlo Pittore con la “P” maiuscola no, sarebbe stato troppo poco per un giornalismo spietato a caccia di notizie efficaci. Dopo la sua morte di notizie ne seguirono altre: relazione con Madonna (e non mai il contrario, Madonna e la relazione con Basquiat), droghe pesanti, rapporti sessuali consumati tra colori e tele sporche, il down dell’ero che lo sbatte sul marciapiedi, il grande gallerista che lo raccoglie e lo porta nel super attico della gloria, i party in smoking e capelli da rasta, gli artisti che intuiscono immediatamente il suo talento, i quadri a quattro mani con Andy Warhol, l’amicizia con Keith Haring, con Francesco Clemente. E poi i dannatissimi soldi.

Jean Michel Basquiat… con un nome come quello avevi già un destino dentro, mica un cognome da banchiere o da citofono del centro… Jean Michel Basquiat che firmavi SAMO (SAMe Old shit, sempre la stessa merda) i tuoi dipinti sui muri di Manhattan, fiori mai sbocciati nella città disperata e ubriaca per i troppi eccessi di Wall Street, mitici anni Ottanta, che tu hai dipinto al negativo, scavando nel fondo del barile, nell’anima del mondo, riscoprendo un’arte tribale che veniva da lontano, dal mare caraibico dove tuo padre era nato. Jean Michel Basquiat… poeta raffinato e struggente, la naturalezza del gesto l’hai scaraventata sui muri e sui cartoni, sulle tele e i copertoni.

Il tuo dipingere brutale e sporco era la carezza che mai hai ricevuto, una carezza che tu, Jean Michel Basquiat hai trasformato in struggente e disperata dolcezza, graffio innocente sulla ruvida guancia di una città che tramutava in soldi la tua arte.

Ora quella tua città –la tua città- espone, smembrati, i notebooks su cui tu annotavi tutto: numeri telefonici, nomi, indirizzi, schizzi, poesie di qualcuno, ritratti di nessuno, pensieri passeggeri che fermavi sui foglietti. Al Brooklyn Museum, New York City, dal 3 aprile al 23 agosto, con la curatela di Dieter Buchhart e Tricia Laughlin Bloom, va in scena una parte della tua vita. Quella più intima. Quella che se fossi vissuto oggi noi non avremmo, perché smembrare uno smartphone non è come togliere foglietti da un quaderno per gli appunti.

(Questo articolo, risalente all’ottobre 2015, fa parte del libro ANDY WARHOL ERA CALVO)