L’arte non è un gioco da ragazzi


“È più facile scindere un atomo che abolire un pregiudizio”. Pare sia una frase di Albert Einstein, anche se non so esattamente a quale pregiudizio facesse riferimento.

La riporto solo per dire che nel mondo dell’arte contemporanea, di pregiudizi, ce ne sono abbastanza. Ma su tutti, uno, quello più difficile da abolire: “Lo sapevo fare anch’io”. Titolo per altro molto riuscito di un libro scritto anni fa da Francesco Bonami, uno che di arte contemporanea se ne intende. Perché non c’è niente da fare, di fronte a un dipinto di Cy Twombly o a un’istallazione di Richard Long, la frase scatta spontanea: lo sapevo fare anch’io, o, come variante, lo saprebbe fare anche mio figlio.

Dunque tutti geni in famiglia, complimenti!

In fondo, a pensarci bene, hanno ragione anche loro. Arte deriva dal latino ars che traduce il greco téchne, tecnica, saper fare. Basterebbe spiegare che la tecnica, dopo Duchamp, conta sempre meno e che l’idea, cioè il pensiero, vale come il saper fare e il gioco sarebbe fatto. Ma quelli che ragionano così non conoscono Duchamp e quindi non puoi farlo. Quindi: com’è possibile discutere d’arte con chi non conosce l’arte? Come si fa a giustificare i Tagli di Fontana o i Sacchi di Burri? Di solito, io, rispondo così: Loro: “Sono capace anch’io di farlo” . Io: “Veramente? Allora Lei è un artista!”. Loro: “È capace anche mio figlio di farlo!”. Io: “Ma davvero? Allora lo faccia studiare perché qui c’è del talento!”. Non si può, davanti all’evidenza, mettersi a discutere seriamente.

Perché l’arte, diciamolo, è anche una storia seria. Una bella storia. Però seria. Nel senso che se ti perdi un passaggio del ragionamento, rischi di perderti e di non capirci più niente.

Se accendi il televisore quando la telenovela la stanno già trasmettendo da 100 anni, se perdi quell’episodio in cui lui tradisce lei e lei si mette con un altro, non ti devi arrabbiare con il nuovo fidanzato così diverso dal precedente, perché l’arte cresce e si trasforma, giorno dopo giorno si trasforma e all’improvviso te la ritrovi sotto forma di taglio o di putrella; se l’arte si presenta con dei sassi o con degli scarabocchi, è perché la puntata che stai guardando ne nasconde altre 1000 e 200, è perché quella che un tempo era bambina ora è diventata nonna, e il suo volto non è più quello di un tempo pur essendo sempre lo stesso.

Morale: essere in grado di rifare un’opera non significa essere artisti, ma spettatori distratti che si sono persi qualche puntata precedente.

Questo articolo è stato pubblicato sul magazine ARTEiNWorld, n. 4/2017

Nell’immagine un dettaglio di “Small White Pebble Circles”, di Richard Long (1945)

[Photo Credits: © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons / CC-BY 2.5]