Cambogia e Laos. Impressioni di Settembre


La Cambogia è una cartolina che il mondo si è dimenticato di spedire.

Durante la guerra del Vietnam, gli Americani, hanno sganciato sul Paese un numero di bombe superiore a tutti gli ordigni lanciati complessivamente durante la seconda guerra mondiale e, subito dopo, i Khmer Rossi, tra il 1975 e il 1979 hanno imposto un regime totalitario che ha decimato la popolazione di un quarto.

La Cambogia di oggi mi appare così: un Paese stuprato, violentato, offeso, che, tuttavia, mantiene la propria dignità.

Non c’è niente di particolarmente bello da vedere, se non i templi di Angkor che ogni anno attirano due milioni di turisti. Ci sono negozi che vendono prodotti artigianali per sostenere progetti di reinserimento sociale o di formazione, organizzazioni che combattono la prostituzione in un Paese dove si vendono i figli, organizzazioni che sostengono i mutilati per le mine antiuomo inesplose; ci sono aziende che producono seta, altre che lavorano l’argento e altre ancora che vendono lacche.

Ma soprattutto c’è un Paese che, a differenza del Vietnam, non ha avuto neppure la gloria. Nemmeno un film per farsi ricordare. Niente.

Un Paese quieto dove non credo di aver mai sentito un clacson per la strada o un litigio nel traffico disordinato privo di regole. Che però tutti rispettano…

Un Paese a cui non puoi non volere bene.

Un paese dove un po’ piove e un po’ esce il sole.

A Phnom Penh, la capitale, ho visitato la S-21, luogo di torture e di orrori istituito dai Khmer Rossi durante il loro regime folle e delirante. Se siete deboli di stomaco non andateci. Io lo sono, ma ci sono stato comunque. Stando male per il resto del pomeriggio.

A Battamang non c’è niente da vedere, però fa lo stesso. Siem Reap è vivace e “tourist oriented”, frequentata per via dei templi di Angkor poco distanti. Li ho visitati, così come ho visitato campagne e villaggi galleggianti, viaggiando su strade dissestate illuminate da raggi di sole interrotti da improvvisi acquazzoni.

La Cambogia è una cartolina che dobbiamo incominciare a spedire.

Il Laos invece è verde. Molto verde. Troppo verde.

Nel Laos tutto scorre lentamente. Molto lentamente. Troppo lentamente.

E infatti io dormo quasi sempre. Forse anche perché nel mese di agosto c’è una pioggerellina costante interrotta a tratti da diluvi pesanti.

Perché andarci allora? Perché già che ero in Cambogia -o andavo in Thalandia (ma c’ero già stato) – o proseguivo per il Laos.

Sul fiume Mekong, Laos

Atterro a Luang Prapang, cittadina adagiata sul punto dove s’incontrano due fiumi, di cui uno è il Mekong. E questo la rende affascinante. Il resto lo fanno ristorantini giusti, mercato di notte, negozi con oggetti interessanti. La gita in barca sul Mekong mi ha ispirato.

Sono rimasto in città due giorni e poi ho preso la strada per Van Vieng, località molto nota per via delle attività che offrono i dintorni: discese sul fiume a bordo di copertoni, trekking, kayak, zip-line, arrampicate varie, ecc. Van Vieng in sé non è bella, però il paesaggio che la circonda, se solo non piovesse, sarebbe stupendo.

Riparto. Mi dirigo verso Ventiane, la capitale.

E qui, dopo templi e ancora templi, visito un piccolo spazio che, forse, dà un senso a questa mia vacanza: il COPE. Si tratta di una ONG che fornisce aiuti e assistenza medica alla popolazione che ha subito conseguenze durante la guerra del Vietnam.

Scopro che il Laos vanta il triste record di paese più pesantemente bombardato al mondo: dal 1965 al 1973 ci sono stati 580mila bombardamenti, uno ogni 8 minuti, per un totale di 270 milioni di bombe pari a 2 milioni di tonnellate.

A lanciare le bombe sono stati gli Americani. Il bersaglio era il sentiero di Ho Chi Min, che attraversava Laos e Cambogia per raggiungere Saigon.

Dicono che in giro per il Laos ci siano ancora tra i 10 e i 30 milioni di bombe inesplose, ragion per cui conviene non avventurarsi in percorsi alternativi, ma tenersi dentro circuiti prestabiliti. Ogni tanto salta per aria qualcuno, ma la cosa non fa molta notizia. Almeno da noi in occidente.

Il resto sono templi e infinite distese di verde, piogge, villaggi Hmong e Khmu sparsi lungo la strada che da Luang Prabang porta a Van Vieng, verde, piogge, mercati locali, ancora verde, piogge e, soprattutto, telefoni cellulari.

Perché sia in Cambogia sia in Laos quello che colpisce è la totale dedizione all’uso smodato dello smartphone. Ai bordi delle strade, nei negozi e nei mercati, nei villaggi sperduti dentro baracche di fango, giovani e meno giovani vivono con gli occhi incollati al display.

Le insegne delle multinazionali che vendono telefonia le trovi ovunque, anche nei villaggi con quatto case. Dopo aver avuto a che fare con eserciti francesi, americani, vietnamiti e thailandesi, oggi Laos e Cambogia sono invasi da eserciti che al posto delle bome lanciano video a oltranza, clip musicali, notizie e tutto il resto, eserciti che hanno i loro quartieri generali, eserciti che al posto dei generali hanno amministratori delegati, eserciti che sorvegliano il territorio rincretinendo la ragazza che mentre ti vende una sciarpa chatta, il guidatore di tuk tuk che in attesa del prossimo cliente guarda il culo di Kim Kardashan, il barbiere che cambia la lama del rasoio e intanto controlla la sua pagina Facebook, i giovani artigiani che mentre lavorano l’argento mandano whatsapp, le massaggiatrici sedute fuori dai centri estetici che aspettano clienti ridendo e video chiamando, milioni di persone, eserciti interi schierati nel via vai quotidiano con in mano artiglieria pesante: Galaxy e I-Phone gli ufficiali, Huawei e Appo le truppe da sbarco.

Monto sull’aereo che mi riporta in Italia con un pensiero. Questo: meglio che piovano video anziché bombe. Di quelle, ne hanno già ricevute anche troppe.

E prima di addormentarmi spero fortemente che in Italia ci sia il sole.