Ma l’artista non va a tassametro


Mi chiedono: “Quanto avrà impiegato per farlo?”, come se l’arte fosse una questione di tempo. “Un’ora e dieci” rispondo a caso guardando l’opera in questione che, quasi sempre, appare come una cosa da niente. Non è importante che si tratti di Fontana o Capogrossi, la domanda denota che l’arte contemporanea, per molta gente, è rimasta una questione legata alla fatica e al tempo. Come un tappezziere o un piastrellista, anche l’artista sarebbe un artigiano retribuito in base alle ore di lavoro.

E infatti un tempo lo era, ma ora non più. La gente, però, fa fatica ad accettarlo. Accetta l’architetto che progetta e non mette la calce ma non l’artista che crea con l’intelletto lasciando l’aspetto pratico agli aiutanti, soprattutto se la sua opera costa tanto.

Pensando questo, mi viene in mente quella storiella attribuita a diversi pittori, una storiella forse inventata ma che, come tutte le storielle, porta con sé una porzione di verità. Al ristorante una gentile e benestante signora siede di fianco al Maestro. A un certo punto, forse il vino o forse qualcos’altro, la signora chiede al Maestro un disegno sul tovagliolo, ovviamente pagando, s’intende! Il pittore si fa portare un pennarello e con grande destrezza ritrae la donna. Finita l’opera, la signora gentile e benestante, chiede il prezzo al Maestro,
il quale, con altrettanta eleganza, spara la cifra senza batter ciglio.

Alla richiesta di così tanto denaro la gentil donna esclama: “Ma come? Tutti questi soldi per dieci minuti scarsi!”. Il Maestro, riposto il pennarello, replica con assoluta calma: “Dieci minuti più tutta la vita”.

Quindi il musicista deve saper suonare e il pittore disegnare, l’architetto progettare e il chirurgo operare. E l’artista? Chi è un artista? Io dico che oggi un artista, a prescindere dalla tecnica che sceglie, deve sapersi fare pagare. Altrimenti rischia di estinguersi come certi pesci tropicali. L’artista esiste se qualcuno lo compra. Altrimenti resterà sempre e solo un sogno a occhi aperti.

Per concludere, un’altra storiella: Seduti sul divano del dopo cena ci sono persone che conversano con il bicchiere in mano. Uno dice “Io scrivo” e l’altra risponde “Ma davvero? Pure io!”, un terzo aggiunge “Ma allora siamo in tre a condividere questa passione!”. Poi il gruppetto si rivolge a quell’altro seduto in poltrona lì di fronte: “Anche lei è dei nostri? Anche lei scrive?”. Il tale li osserva in silenzio e poi risponde: “No, io pubblico”. E li lascia lì, sognanti, come certi artisti che vorrebbero cambiare il mondo senza aver mai esposto in una mostra.

[Questo articolo è stato pubblicato dalla rivista ARTEiNWorld, nella Rubrica “Andy Warhol era calvo”]