Vedi Picasso e poi fuori


Sono stato a Parigi per rivedere il Musée Picasso, riaperto il 25 ottobre 2014 dopo cinque anni e cinquanta milioni di euro di ristrutturazione. Eccomi quindi nel cuore del Marais, in coda nel cortile del Palazzo del Sale ad aspettare il mio turno per entrare. Il Palazzo che ospita la collezione si chiama così per via del proprietario che lo fece costruire nel 1600, un esattore della tassa del sale. Finalmente entro. Deposito cappotto e zainetto e mi tengo l’ipad per un paio di foto (qui si può, al Musée d’Orsay no).

Il percorso incomincia con un ritratto di uomo con la barba che sembra dipinto da un pittore del 1500. Mi avvicino per conoscere l’autore credendola un’opera della collezione privata di Picasso (nel sito del museo c’è scritto che oltre ai dipinti del Maestro sono esposti anche quelli di altri autori da lui collezionati) e leggo “Pablo Picasso, 1895”. Quanto fa 1895 meno 1881 (data di nascita di Picasso)? Quattordici. Quel quadro perfetto l’ha dipinto Picasso all’età di 14 anni. Proseguo. L’esposizione si snoda su più piani attraverso opere che vanno dal periodo rosa alle ultime tele realizzate prima di morire nel 1973: cubismo e visi sghembi, corpi lacerati, corpi perfettissimi, poesia infinita e rabbia che neanche Basquiat settant’anni dopo, colore, segno, grazia, sputi e carezze ma anche lamiere piegate e ferri storti, sacchi combusti, De Kooning, Bacon, Chamberlain, Burri, persino Botero, sembra che Picasso li abbia anticipati tutti. In quasi ogni museo del mondo c’è appeso un quadro di Picasso, ma solo qui ci rendiamo veramente conto del suo immenso talento. “Io non cerco, io trovo” amava ripetere. E girando per queste sale non possiamo che dargli ragione. Pablo è veramente arrivato prima di tutti.

Alla fine della mia visita viene voglia di parlare con il direttore del museo per dargli un consiglio: non chiamatelo Museo Picasso, chiamatelo Museo del Novecento. Perché lì dentro c’è un concentrato di ciò che è accaduto nel XX secolo. Picasso ha trovato e anticipato molti dei linguaggi sviluppati a partire dal dopoguerra anche se una cosa gli è sfuggita: esporre un orinatoio capovolto in una mostra, aprendo così le porte all’arte concettuale. Ma, com’è noto, a questo ci ha pensato Marcel Duchamp. Quindi, siccome il detto è: “Vedi Picasso e poi fuori”, esco dal museo e corro al Pompidou a cercare l’orinatoio di Duchamp.

Il giorno dopo ho fatto un giro al Louvre per vedere un po’ di arte antica. Perché tutta quella moderna me l’avevano già mostrata Pablo e Marcel.

Questo articolo fa parte del libro Andy Warhol era calvo.