L’arte e l’emozione. Perché ci serve un cuore intelligente


Tempo fa mi capitò di presentare la mostra di un mio amico. Una cosa informale in un contesto informale, certo, però con un pubblico formale. Perché nel momento in cui ti metti su una pedana a due metri di distanza dalla gente, di fronte a te non hai più delle persone che ti guardano: hai un pubblico. E il pubblico va saputo gestire. Perché il pubblico ha sempre delle pretese. Più esattamente: il pubblico si aspetta sempre determinate cose. Per esempio, se parli d’arte, il pubblico s’aspetta la parola “emozione”.
 
Quel giorno io prendo il microfono
 e comincio a fare il mio mestiere. Spiego cioè la pittura soffermandomi sulle pennellate e sui diversi modi di modulare il colore, spiego la composizione, il significato che l’artista vuole trasmettere, faccio riferimenti ai maestri a cui ha guardato per maturare il proprio linguaggio, cito Picasso e forse anche qualcun altro, passo al dipinto successivo e aggiungo dettagli che nel precedente non c’erano, traccio un parallelo con l’arte antica che in certi accorgimenti ritorna, scomodo Masaccio e la prospettiva, de Chirico e la metafisica, cerco cioè 
di far parlare il quadro affinché si riveli per quello che è: un documento da leggere e interpretare.
 
Finita la presentazione chiedo al pubblico se ci sono domande. Un signore distinto alza la mano e con voce pacata dice: “Lei ha parlato mezz’ora di pittura senza mai usare la parola emozione. Come mai?”.
 
Io lo guardo e gli rispondo: “Ma perché un quadro dovrebbe dare emozione?”. Il gentile signore replica dicendo che l’arte è emozione. Io rispondo che Leonardo da Vinci e Dante Alighieri non mi emozionano e che quindi non sono arte. Rispondo che Ariosto è illeggibile e Torquato Tasso mi fa dormire. Quindi zero emozione e quindi non sono artisti. Poi, senza polemica s’intende, dico che i disegni appesi nelle scuole elementari mi emozionano e così anche i dipinti del mio vicino che nella vita fa il geometra ma che la sera dipinge quadri con molto colore che trasudano gioia e dolore.

 
Morale: si dice che la cultura costa, ma che sia un costo importante per la collettività. Io dico che ancora di più costa l’emozione. Costa fatica, impegno, conoscenza e perseveranza. Per questo Salomone, che di tutti era il più saggio, prima di morire chiese una sola cosa: “Dammi, o Signore, un cuore intelligente”. Non il cuore e neppure l’intelligenza. Salomone chiese entrambe le cose. Un cuore intelligente. L’unico, aggiungo io, in grado di farci entrare nella grande arte senza passare per l’emozione immediata o la riflessione troppo elaborata. Un cuore intelligente.
 


Dopo, nessuno ha più fatto domande.
(Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista ARTEiNWorld)