La solitudine dello smartphone


Io pranzo e ceno da solo. Almeno per una buona parte della settimana. Mi siedo al tavolo, ordino qualcosa e poi leggo: libri riviste, saggi, giornali, fa lo stesso. Ho sempre qualcosa con me. Quando arriva il piatto interrompo e non appena finisco di mangiare ricomincio.

Fulvio lo chef sa cosa cucinarmi, Nicola, Mimmo e Luigi più che due camerieri sono amici da tempo, Nadia e Oscar alla fine mi fanno sempre un ottimo prezzo. A volte mi guardo intorno. E mi rendo conto che la gente mangia con il telefono di fianco al piatto. Ebbene sì: dove un tempo stava il coltello ora c’è lo smartphone. La geniale invenzione ha sostituito l’utensile con la lama. Nel senso che ha le sue stesse funzioni. In fondo la gente mangia sempre meno carne e tutte le pietanze del mondo possono benissimo fare a meno del coltello. Il pesce, essere intelligente, l’aveva capito con grande anticipo. Lo smartphone, in sostanza, fa la stessa cosa che faceva il coltello: taglia. Taglia qualsiasi principio di conversazione che vada oltre il “ciao come stai è una vita che non ti vedo”; affetta la dolcezza che poteva nascere tra un gruppo di amici che un tempo si frequentavano e che ora vivono distanti; recide ogni tentativo di argomentare in profondità; divide in parti uguali quel senso di solitudine che solo a tavola si poteva addolcire.

Se parliamo di noi, lo facciamo mostrandoci su Facebook, se per un istante tutto tace, basta sfiorare il display per controllare le mail. A volte lo smartphone viene trastullato tra le mani nella speranza che strofinandolo esca il desiderio non ancora avverato. Nei momenti di massima intensità i conviviali si esibiscono in un selfie per immortalare quel momento unico e irripetibile.

Tutto questo, nel periodo estivo, è facilmente riscontrabile sotto gli ombrelloni in molte spiagge italiane. Qui lo smartphone prende il posto della crema protettiva. Come lei, infatti, il telefono contemporaneo protegge dall’invadenza del vicino evitando così eventuali arrossamenti: garantisce una maggiore esposizione con chi si conosce ma momentaneamente è esposto da un’altra parte; è resistente alla tentazione di entrare in acqua anche perché qualcuno te lo potrebbe fregare.

Una volta qualcuno mi ha chiesto il significato dell’opera Work. No. 227, the lights going on and off con cui Martin Creed aveva vinto il Turner Prize nel 2001. L’installazione consiste in una luce che si accende e si spegne ogni 5 secondi dentro una stanza vuota.

“L’assurdità” avevo risposto io. L’assurdità di certi comportamenti che, mi piace pensare, Martin Creed aveva intuito molto tempo prima di me.

(Articolo tratto dal libro ANDY WARHOL ERA CALVO)