Perché Caravaggio piace a tutti


La verità? Io, la mostra di Caravaggio, non l’ho vista.

Ci sono andato, a Milano, cinque volte, ma la fila, ogni volta, era sempre più lunga. La voglia di mettermi lì e aspettare c’era, mancava il tempo. Così l’ultima volta, la quinta, mi sono piazzato all’uscita di Palazzo Reale e ho intervistato la gente che usciva: “Com’è la mostra?” e tutti a sperticarsi in lodi per il Caravaggio tornato a casa dopo che Roberto Longhi, nel 1951, lo aveva esposto in quella stessa sede dove oggi ci sono la Sacra famiglia con San Giovannino direttamente dal Metropolitan Museum of Art di New York; la Salomé con la testa del Battista dalla National Gallery di Londra; il San Francesco in estasi dal Wadsworth Atheneum of Art di Hartford; Marta e Maddalena dal Detroit Institute of Arts; lo splendido San Girolamo dal Museo Montserrat di Barcellona, più tutti i prestiti dall’Italia: totale opere venti. Se ne vuoi di più, devi andare a Roma e farti un giro a San Luigi dei Francesi, o in Santa Maria del Popolo. Ma qui siamo a Milano, quindi: “Com’è la mostra?”. “Straordinaria” dice la signora con l’ombrello; “Fantastica” il tipo col cappello; “Meravigliosa” la ragazza abbracciata al fidanzato. Tutti felici. Perché la mostra, lo capirò sfogliando il catalogo, è davvero bella, con tanto di radiografie delle opere che mostrano come il Merisi lavorava.

M’incammino verso piazza Duomo. Ascolto i commenti delle persone in fila. Caravaggio piace. Caravaggio spacca. Non Rembrandt, neppure Velazquez. Caravaggio. Perché? Perché parla la nostra lingua, ovviamente. Perché –e scusate se tiro in ballo ancora Focillon- “Un grande uomo, un grande artista non è solo un valore assoluto, ma anche un valore d’interpretazione. Ogni epoca e quasi ogni generazione si crea di lui l’immagine che più le conviene”. A noi conviene Caravaggio perché l‘artista, al giorno d’oggi, se non è tormentato non ci convince. A noi conviene Caravaggio perché i contrasti forti e il chiaro scuro di certe scene, sembrano usciti dalla cronaca nera del telegiornale. A noi Caravaggio conviene, perché di tutti è il più teatrale, fotografo 300 anni prima della fotografia, cinema prima del cinema, riflettore da concerto prima del concerto.

A noi Caravaggio conviene perché realista nell’era dei reality, conviene perché parla chiaro e senza troppi arabeschi. Conviene, Caravaggio, perché primo populista della storia. E non solo perché mette in scena il popolo, ma perché ha capito con quattrocento anni d’anticipo cosa significa parlare alla pancia della gente.

Questo articolo fa parte del n. 1/2018 della rivista ARTEiNWorld (che trovate qui: SHOP ARTEiNWorld)  con la quale collaboro da oltre 5 anni. Due le rubriche che curo: “Tutta l’Arte è contemporanea” e “Andy Warhol era calvo”.