Valentino Vago. Prima venivano gli occhi


Prima venivano gli occhi. E poi tutto il resto.

Gli occhi. Azzurri e limpidi, occhi puliti come il mare quando è pulito. Il mare…

Ci andavi d’estate al mare e rimanevi sulla spiaggia il giorno intero. E lo guardavi, il mare. Come a cercare qualcosa oltre il confine tra lui e cielo, stavi sulla sdraio a contemplare quel capolavoro di natura che tu chiamavi bellezza.

Ogni quattro-cinque parole, quando ti parlavo, ce la infilavi dentro questa parola, bellezza.

Tutto, per te, era bellezza, dalla persona che ti sedeva di fronte agli affreschi di Masolino da Panicale, dal telecomando alla sdraio di fronte al mare.

Bellezza.

E luce.

Due parole. Come un nome e un cognome: Luce Bellezza. Come il tuo nome e il tuo cognome: Valentino Vago.

L’ultima volta che ti ho visto era d’inverno. Ti ho detto vengo a vivere a Milano. Mi hai risposto “sono felice, così ci vediamo e parliamo di bellezza”. E lei, la bellezza, era lì, nei tuoi occhi azzurro chiaro che si accendevano ogni volta che pronunciavi quella parola.

Ero passato da te per il tuo ultimo compleanno. Stavi dormendo. Parlavi nel sonno. Sono uscito dicendo torno un’altra volta. Non c’è stata un’altra volta. Ti ho lasciato il regalo sul tavolino di fianco alla poltrona dove sedevi quando in televisione mi guardavi. Era una coperta.

Mi sarebbe piaciuto vederla appoggiata sulle tue ginocchia. Ti avrei chiesto “ti piace?”.

E tu sicuramente, mi avresti risposto “mi piace molto, perché è piena di luce e di bellezza”.

Ciao Valentino.