E adesso il più grande di tutti: Tiziano Vecellio


E adesso il più grande di tutti: Tiziano Vecellio.

Il Tiziano che ho in mente è quello delle “poesie”, vale a dire quei dipinti dell’ultimo periodo, diciamo tra il 1559 (Deposizione del Prado) e il 1576 (anno della sua morte). Sono anni in cui la pittura abbandona l’uniforme imposta dal committente e si sfibra, diventando materia viva a tratti imperfetta, perché imperfetta è la vita. Anni in cui la pittura scende al livello della vita innalzando la vita stessa al livello piùalto, quello della pittura stessa. Qui sta la doppia metamorfosi: pittura che diventa vita e vita che diventa pittura.

È in questo dualismo che Tiziano si stacca decisamente da Giorgione e, anche per motivi anagrafici, dal grande Giovanni Bellini. È qui che Tiziano prende le distanze da Leonardo e da Michelangelo, la cui arte è sempre oltre la vita stessa e che per questo vengono considerati divini, il divino Leonardo, il divino Michelangelo.

Tiziano è uomo.

Uomo che riconosce a se stesso l’impossibilità di uscire dalla vita per farsi altro, Tiziano resta sulla terra per trasformarla, attraverso la pittura, nell’Olimpo.

La Margherita con il drago del Prado, pur avendo la torsione simile alla Galatea di Raffaello – che a sua volta riprende il gesto dalla Vergine nel Tondo Doni di Michelangelo – esprime tutt’altro sentimento: lo smarrimento. Si perde, Margherita, perché donna e non santa, si perde nella selva oscura con la croce in mano, come imbrigliata nel drappo rosso che pare la continuazione del drago. È nello sfilacciamento del colore che Tiziano esprime la tragedia di chi si è perso. Il colore sfilacciato, il colore sfibrato, il colore tremolante, il colore che da riempitivo diviene battito di cuore della pittura.

Non era così nell’Amor sacro e l’amor profano, nella Venere di Urbino. Allora il colore allora teneva e si conteneva, il colore “finiva” la figura. Ma poi, tutto si era come sgretolato, tutto appariva come se Tiziano avesse capito che la pittura non può raggiungere la vita.

È nella Pietà dell’Accademia che la pittura si fa rivelazione divina: il San Gerolamo – autoritratto di Tiziano – tocca Cristo con la mano. Mai si era visto un contatto tra un pittore e Gesù Cristo! Nel dipinto che pensò per la usa tomba, Tiziano, consapevole della finitezza dell’uomo, si congeda aggrappandosi alla fede.

Se dieci anni prima Michelangelo moriva lasciando la Pietà Rondanini, ora Tiziano se ne va dipingendo la Pietà dell’Accademia. Due non finiti per dimostrare che la pittura nulla può contro la finitezza della vita.

Michelangelo è sulla terra nel momento in cui lo attende il paradiso.

Tiziano va in paradiso subito dopo aver dipinto l’uomo sulla terra.