Olafur Eliasson


La domenica, per esempio. 

La domenica quando piove e al cinema non danno niente. Sei lì sdraiato sul divano con il telefono in mano e il portatile sulle ginocchia (la storia che vi sto raccontando risale al 2003: allora si usavano i computer portatili e il telefono cellulare. L’iPhone non esisteva ancora); sei lì con il televisore acceso, l’audio spento e il cd che canta (siamo nel 2003, spotify non c’era proprio); sei lì che dici “che cazzo faccio oggi?” (lo dici, perché anche nel 2003 si diceva così) e mentre lo ripeti guardi il soffitto, cliccando nervosamente sull’ennesimo sito di viaggi. 

Poi, all’improvviso, ecco la mail che dà un senso all’inutile pomeriggio. 

Ti alzi. Ti vesti. E chiami un taxi. Perché oggi è domenica e la metropolitana la prendi già tutti i giorni: “Tate Modern, please”, perché la storia che vi sto raccontando si svolge a Londra 

Esci dal taxi.

Olafur Eliasson

Olafur Eliasson, The Weather project, 2003

Entri nel museo: 155 metri di lunghezza, 23 di altezza e 35 di larghezza.

In alto, di fronte a te, un sole artificiale. Per l’esattezza: duecento lampade montate dietro uno schermo semicircolare. 

T’incammini. Però lentamente, come quando non capisci cosa stia succedendo, cammini come a cercare un punto di riferimento, hai la sensazione di non essere più a Londra ma da un’altra parte, forse a Venezia in certe giornate di novembre, ti sposti, cautamente ti sposti tra la gente che come te si trova lì per dare un senso a quella domenica inconcludente, ti accorgi che una nebbiolina sale e ti avvolge dolcemente. Ti siedi. Raccogli le gambe e poi le abbracci.

Sei a Londra, dentro la Tate Modern, dove l’artista danese Olafur Eliasson ha allestito “The weather project”, la grande installazione con il sole artificiale.

Resti lì per tutto il pomeriggio, mentre ti tornano in mente l’alba sulla Senna di Monet, e i grandi quadri astratti di Mark Rothko. Sorridi e ti sdrai. Alzi gli occhi verso il soffitto: a 35 metri d’altezza hanno montato specchi che riflettono quell’incanto. Ti addormenti. Apri nuovamente gli occhi e il sole è ancora lì che ti guarda. “Che cos’è l’arte?” è l’unica domanda che ronza nella tua testa.

Chiami il taxi e mentre esci continui a pensarci: “Che cos’è l’arte?”.

Poi sali sul sedile posteriore e attraversi la metropoli nel grigio di novembre.

Tornato a casa ti butti sul divano dove, finalmente, trovi la risposta: l’arte è quando due colpi di pennello o duecento lampade montate sul pannello ti fanno sentire il sole che avevi dentro prima che un pomeriggio di novembre lo spegnesse. 

Agguanti il telefono e scatti una foto al tuo bel viso soddisfatto. 

Il selfie, nel 2003, si chiamava autoscatto.